I due eventi messi in mostra dal Museo Castromediano di Lecce sono dedicati a ricostruire e a rivalutare l'eccezionalità del nostro patrimonio artistico. "Sculture in età Barocca tra Terra d'Otranto Napoli e la Spagna" (chiesa di S. Francesco della Scarpa a Lecce, fino al 29 maggio) e "Artisti in terra d'Otranto tra Ottocento e Novecento" (Museo Catromediano, fino al 31 marzo) ci propongono due momenti diversi, ma ugualmente importanti, della nostra storia e sono il segno di una politica museale che è pronta a superare i limiti della provincia.
Diverse le atmosfere e la genesi delle due mostre. Le sculture di San Francesco della Scarpa ci restituiscono l'immagine seicentesca di una Terra d'Otranto barocca, legata strettamente a Napoli e alla Spagna attraverso la circolazione d'artisti e di opere che andavano ad arricchire le chiese delle città e dei piccolissimi centri barocchi del Salento. Cento sculture (molte delle quali sono state restaurate per questa occasione) in legno, pietra, argento e cartapesta, riscoperte e studiate da un gruppo di storici dell'arte tra cui Raffaele Casciaro (curatore della mostra con Antonio Cassiano e Pierluigi Leone de Castris) e che provengono non solo da musei e chiese del Salente ma anche da Milano, Siviglia, Madrid e soprattutto da Napoli. E la testimonianza di una committenza ecclesiastica che attinge al ricco bacino degli artisti napoletani che, come nel caso Vespasiano Genuino, operano in Terra d'Otranto e in Terra di Bari.
Genuino, d'origine campana, trascorre buona parte della sua vita a Gallipoli e si specializza in figure dall'intenso e patetico naturalismo, come il bellissimo Cristo alla colonna proveniente da Gagliano del Capo. Un'età, quella barocca, in cui il fervore religioso moltiplica il culto dei santi e il "commercio" delle reliquie esposte al culto in preziosi busti reliquiari che adornano gli altari delle cappelle delle chiese come quelli provenienti dalla chiesa di San Francesco a Mandria.
Accanto agli artisti napoletani sono presenti anche le opere dei salentini Placido Buffelli, Giulio Cesare Penna e Giuseppe Cino che sono costretti a cedere il passo, e i committenti, ad una seconda ondata di artisti napoletani che arrivano in Puglia dopo le profonde crisi causate dall'eruzione del Vesuvio, dalla rivolta di Masaniello e dalla peste del 1656. Sono gli anni di Gaetano Patalano, Giacomo Colombo, Vincenzo Ardia e Nicola Fumo, autore della Madonna del Carro della chiesa parrocchiale di San Cesario in mostra insieme a due sorprendenti angeli (Angelo custode e San Michele Arcangelo) provenienti da Napoli e ad un'Immacolata che giunge da Siviglia. La qualità dei capolavori napoletani piace alla committenza pugliese che richiede "santi e madonne scolpiti e dipinti, con vesti fiorite e occhi di cristallo", una committenza fatta di ricchi prelati e di semplici parroci di campagna che crea ampie aree di devozione come quella che si sviluppa intorno alla Madonna della Fontana (di Francesco del Vecchio) che ha lasciato per questa occasione, e per la prima volta, Francavilla, la città di cui è patrona.
La galleria dei capolavori si chiude con gli argenti. Tra tutti, la Sant'Agata del Museo diocesano di Gallipoli e le statue di S. Antonio da Padova di Monteroni e Ruffano. Una mostra importante per la qualità del lavoro di ricerca e per la bellezza delle opere che sembrano volerci ricordare, con il respiro teatrale di uno spettacolo barocco, che in fondo "il fin dell'arte è la maraviglia".
In un altro clima e in un'altra epoca ci porta la mostra del Museo Castromediano curata da Antonio Cassiano. Una ricca galleria di quadri di pittori salenti destinati ad una committenza laica e borghese tra Ottocento e Novecento e che provengono dalla Pinacoteca del Museo e da numerose collezioni private. Il percorso consolida la fama di nomi noti e rivela al grande pubblico personalità interessanti e meno conosciute. Si comincia con Stanislao Sidoti, l'artista che modernizza, con l'adesione all'en plein air, la pittura di paesaggio tra emozioni tardoromantiche e adesione al realismo. Fra le numerose opere di Sidoti sono presenti piccole cartoline a pastello che l’artista spediva agli amici ed estimatori leccesi.
Tra i pittori ottocenteschi Giuseppe Casciaro, partito da Ortelle verso Napoli e Parigi, è il più moderno e l'unico che riuscì a creare una scuola. Se il tema del paesaggio risponde alla formazione di un gusto privato e borghese, la scultura celebrativa di Antonio Bortone ed Eugenio Macca-gnani appare destinata alla committenza ufficiale delle città salentine post risorgimentali.
Eccentrica in questo panorama è la figura di Agesilao Flora, militante del partito socialista (al quale la città di Latiano ha dedicato recentemente un convegno di studi) che costituisce la figura di un nuovo artista imprenditore capace di decorare le case e i palazzi della ricca borghesia.
Nel Novecento post bellico gli artisti, e con loro i committenti fanno piccoli passi verso la modernizzazione del gusto e degli stili. Geremia Re, Vincenzo Ciardo, Michele Massari e Mino Delle Site sono gli apripista di questo processo. Tra questi artisti più noti la mostra ci consente di scoprire opere meno conosciute, come i paesaggi degli anni Trenta di Temistocle De Vitis, emigrato nel 1946 a New York, e i disegni astratti, datati 1914, di Antonio Serrano (morto a 31 anni), uno dei primi seguaci delle Avanguardie artistiche del Novecento. Ancora una volta ammiriamo la scultura di Aldo Calò, amico di Henry Moore, fra tutti la figura più contemporanea ed internazionale.
Le ultime sale sono dedicate al folto gruppo artisti degli anni Sessanta e Settanta la cui storia è appena cominciata ad essere tracciata e che questa mostra ci permette finalmente di apprezzare nella loro sostanziale complessità.
In occasione della mostra è stato pubblicato il bel catalogo della collezione permanente del Museo provinciale, "Artisti salentini dell'Otto e Novecento", curato da Antonio Cassiano.
di MARINILDE GIANNANDREA
Pubblicato il: 08/01/2008 - 16:17:45
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